
L'INTERNO - INSIDE

Entriamo ora nella chiesa di San Michele Arcangelo e fermiamoci subito al centro dello spazio, perché è da qui che si comprende meglio la straordinaria originalità dell’interno. La chiesa si sviluppa infatti su una pianta ottagonale, organizzata come un grande spazio unitario e dominata dalla cupola a otto spicchi, vero cuore visivo dell’edificio.
Alzando lo sguardo, si percepisce subito come tutta l’architettura sia pensata per guidare l’occhio verso l’alto. La cupola, riccamente decorata a stucco, dà slancio all’ambiente e crea un effetto di leggerezza e di movimento tipicamente barocco. Anche la luce ha un ruolo fondamentale: entra da aperture di forme diverse e si posa sui rilievi, sui marmi e sulle dorature, facendo cambiare continuamente l’aspetto dello spazio.
Pur essendo un unico vano, l’interno sembra quasi diviso in due livelli sovrapposti grazie alla balconata che corre lungo il perimetro. Vale la pena osservare la ringhiera in ferro battuto, molto elegante, dove lungo i lati maggiori compare anche lo stemma municipale di Rivarolo, memoria visibile del legame tra la chiesa e la comunità cittadina.
Ora dirigiamo l’attenzione verso la zona presbiteriale, dove si trovano l’altare maggiore e la balaustra, entrambi realizzati in ricchi marmi policromi. Qui il gusto barocco si mostra in tutta la sua ricchezza: colori, superfici lucide, decorazioni e materiali preziosi costruiscono uno spazio solenne, pensato per colpire il visitatore e accompagnarlo visivamente verso il centro liturgico della chiesa.
Sull’altare maggiore si trovano anche quattro statue lignee dorate, opera dello scultore Stefano Clemente. Rappresentano san Giovanni Nepomuceno, san Giovanni Evangelista, sant’Antonio Abate e san Vincenzo Ferreri, e contribuiscono in modo decisivo all’eleganza dell’insieme. Le loro figure dialogano con i marmi e con gli stucchi, rendendo l’altare uno dei punti più scenografici dell’interno.
Spostiamoci ora verso l’altare della Santissima Annunziata, che è una delle opere più importanti della chiesa. Questo altare occupa il lato maggiore sinistro del grande ottagono ed è costruito come una vera macchina teatrale: due colonne di marmo con capitelli corinzi sorreggono un timpano triangolare, al cui vertice è fissata una grande corona in legno dorato. Al centro si apre la nicchia con la statuetta dell’Annunziata, circondata da raggi dorati e sorretta da angeli in finto marmo bianco, anch’essi opera di Stefano Clemente.
La statuetta conservata in questo altare è particolarmente preziosa. Si tratta di un’opera quattrocentesca, descritta anche come Madonna delle Grazie tardo gotica, poi dorata nel Settecento secondo il gusto barocco. Le memorie locali ricordano che proveniva dalla cappella campestre di Santa Maria del Glario e che fu salvata dalle acque del torrente Orco dopo una violenta alluvione. Anche nei dettagli del panneggio si può leggere la sua origine antica: la pieghettatura del manto conserva infatti il gusto elegante degli ultimi riflessi neogotici.
Restando in quest’area, è interessante notare quanto tutto l’altare dell’Annunziata sia costruito per concentrare lo sguardo. La nicchia centrale, i raggi dorati, gli angeli, i marmi scelti con grande cura e la forte verticalità dell’insieme fanno di questo punto uno degli episodi più raffinati della chiesa. Secondo la tradizione dell’edificio, fu proprio questo uno degli ultimi altari progettati da Vittone.
Proseguendo la visita, possiamo osservare anche alcune opere pittoriche meno immediate ma molto significative. Negli angoli superiori della bussola si vede il dipinto con il Cristo nell’orto degli ulivi, datato 1773 e attribuito al canonico Stefano Peronetti. Sotto il coro di sinistra si trova invece una tela donata dai fedeli, il Cristo morente in croce con ai piedi la Madonna e l’Apostolo Giovanni, opera di Nicola Arduino, collocata qui nel 1950.
C’è poi un’altra tela più raccolta e quasi nascosta, che merita di essere cercata con attenzione. Raffigura san Domenico e un santo vescovo che intercedono presso la Vergine del Carmelo e il Bambino a favore delle anime del Purgatorio, ed è opera di Vittorio Amedeo Rapous, pittore attivo alla corte di Torino. Questo dipinto aggiunge un ulteriore livello di lettura all’interno, dove architettura, scultura e pittura si intrecciano continuamente.