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L'INTERNO - INSIDE

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Appena entriamo, la prima cosa che colpisce è lo spazio della chiesa così come ci appare oggi: un interno ampio, ordinato in tre navate, con sei campate per lato, ridisegnato dai grandi interventi tra Sei e Settecento.

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L’innalzamento delle navate ha portato più luce all’interno, mentre i pilastri con lesene, i contrafforti e le volte a crociera hanno dato all’ambiente un aspetto più solenne e regolare.

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Anche l’altare maggiore, in marmo policromo, appartiene a questa stagione di trasformazioni e sostituisce un precedente altare in laterizio.

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Se alziamo lo sguardo verso il fondo della chiesa, nell’abside troviamo una tela che raffigura san Francesco in adorazione della Vergine con il Bambino, attribuita a Carlo Francesco Nuvolone e datata agli anni Quaranta del Seicento.

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Attorno a noi si conservano anche altari barocchi, pitture a trompe-l’oeil e opere di epoche diverse, che rendono l’interno una sorta di stratificazione visibile di gusti e stili.

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Ma l’opera che merita di fermarsi davvero a osservare è il grande affresco di Giovanni Martino Spanzotti con l’Adorazione del Bambino con Santi Vescovi, conservato sulla controfacciata o, secondo altra descrizione, sulla parete destra dell’ingresso.

​Si tratta dell’opera pittorica più importante della chiesa e, più in generale, di una delle testimonianze più alte della Rivarolo quattrocentesca; misura circa 2,70 per 2,90 metri, risale agli anni immediatamente precedenti il 1481 ed è stata restaurata tra il 2014 e il 2016.

​La scena mostra il Bambino Gesù deposto a terra su un lembo del manto della Vergine, mentre Maria, giovane e dai capelli sciolti, si raccoglie in adorazione insieme a sei santi disposti a semicerchio.

​Guardando con attenzione si riconoscono, da sinistra, san Girolamo, san Gregorio Magno con la tiara e la colomba sulla spalla, sant’Ambrogio al centro, sant’Agostino, san Savino e sant’Anselmo d’Aosta inginocchiato all’estrema destra.

​È una scelta iconografica particolare, anche perché in questa Adorazione manca san Giuseppe, che di solito compare in scene simili.

​Sopra i santi vediamo i cartigli, oggi in gran parte illeggibili, e ancora più in alto nove angeli divisi in tre gruppi: alcuni pregano, altri cantano, altri ancora suonano strumenti come la giga, il liuto e il tamburello.

​Uno degli aspetti più affascinanti dell’affresco è il modo in cui Spanzotti costruisce la scena come se fosse un palcoscenico.

​Le figure sono infatti incorniciate da un grande arco a tutto sesto con pilastri decorati a candelabra, capitelli corinzi, ombre profonde e pennacchi dipinti a finto marmo.

​Dietro compare un ricco sfondo a pergolato, formato da intrecci verdi a losanga con frutti, fiori e corone, interpretato dagli studiosi anche come un hortus conclusus, cioè un’immagine simbolica della Vergine.

​Se poi ci avviciniamo alle figure, si nota tutta la qualità della mano dello Spanzotti: i volti, le barbe, gli sguardi e persino i piccoli dettagli anatomici del Bambino sono studiati con una finezza straordinaria. Maria ha un’espressione dolce e leggermente malinconica, i santi appaiono come vegliardi assorti e commossi, mentre i putti hanno un’umanità viva e quasi giocosa.

​Anche il colore ha un ruolo fondamentale, con toni densi e luminosi che modellano le figure e con una luce proveniente da sinistra che unifica l’intera composizione.

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Proseguendo nella navata sinistra, troviamo nella seconda cappella un altro affresco molto interessante: la Madonna con il Bambino affiancata da san Michele Arcangelo e santo Stefano, databile alla fine del Quattrocento e attribuita alla scuola dello Spanzotti o a un suo stretto collaboratore.

​La Vergine siede al centro con il Bambino sulle ginocchia; san Michele, con armatura decorata e ali iridescenti, trafigge il diavolo con una picca, mentre santo Stefano è inginocchiato in adorazione.

​Il Bambino benedice con la mano destra e tiene nella sinistra il globo del mondo, mentre alle spalle di Maria compare una colonna di marmo policromo.

​Questo affresco è particolarmente suggestivo anche perché dialoga, per stile e atmosfera, con quello dello Spanzotti.

​Lo sfondo con colline scure e foglie dipinte richiama infatti da vicino l’Adorazione, anche se la qualità dell’esecuzione è leggermente inferiore e fa pensare alla mano di un artista vicino al maestro.

​Oggi l’opera è ancora in parte coperta da una grande cornice barocca secentesca blu scuro con rifiniture dorate, sormontata dallo stemma della famiglia Grassis, mentre sulla volta della cappella compare anche uno stemma gentilizio non identificato.

 

Sempre nella navata sinistra merita una sosta l’affresco con Sant’Anna e la Madonna allattante il Bambino, collocato su un pilastro indicato dalle fonti come il primo oppure come quello vicino al secondo altare.

​L’opera è di alta qualità, anche se molto rovinata, e viene datata tra la fine del Trecento e la metà o il tardo Quattrocento.

​Sant’Anna, con il capo velato, alza la mano in gesto di saluto e benedizione; Maria appare giovanissima, con lunghi capelli biondi sciolti, mentre il Bambino succhia il seno della Vergine.

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Nella nicchia del primo altare della stessa navata si conserva anche uno stemma francescano, con il braccio nudo di Cristo incrociato a quello di san Francesco coperto dal saio. È un dettaglio più semplice rispetto ai grandi affreschi, ma molto utile per capire l’identità spirituale del luogo.

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Uno degli ambienti più preziosi della chiesa è poi la sacrestia gotica, l’antica cappella dei San Martino poi dedicata a San Ludovico di Tolosa, situata all’estremità est della navata destra.

​Questo spazio, quasi isolato dal resto dell’edificio da murature spesse e continue, conserva la parte più antica del complesso ed è coperto da una volta a crociera archiacuta con robusti costoloni che convergono in una chiave di volta circolare scolpita.

​I costoloni sono dipinti a finti mattoni giallo-ocra e rosso-bruno, bordati da elementi vegetali rossi e verdi, mentre attorno alla chiave di volta compaiono i quattro stemmi dei conti di San Martino, con un effetto visivo molto vivace e quasi da girandola policroma.

​Sulle pareti della sacrestia si leggono ancora diverse tracce pittoriche di grande interesse.

​Si vedono una Madonna con Bambino in trono della seconda metà del Trecento, scene di vita monastica, figure maschili e femminili sontuosamente vestite e un’immagine quattrocentesca di santa Caterina d’Alessandria accanto alla porta.

​In un’altra lettura critica, la Madonna della sacrestia viene descritta come opera di un pittore locale, riconoscibile per i pochi pigmenti rossicci rimasti, le linee rigide, le proporzioni alterate e la forte ieraticità della posa.

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Sempre in quest’area è ancora leggibile la parete su cui si appoggiava l’altare originario, sopra il quale si trovava un affresco con la Madonna e altre scene di vita conventuale.

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Sull’arco esterno della cappella, inoltre, è ricordata un’iscrizione encomiastica accompagnata da un affresco con san Francesco dormiente, ancora visibili e riferibili a una mano secentesca per tavolozza scura e pennellata corposa.

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Un altro elemento importante da ricordare, anche se oggi solo in parte conservato, è il coro quattrocentesco con i suoi stalli lignei di pregio.

​Purtroppo fu in parte sacrificato nel 1825, quando le monache Orsoline costruirono un muro di separazione per le esigenze della clausura.